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Martedì 6 Aprile 2010
Inferni stagionali, bisogna agire sui flussi   versione testuale







Qualcuno ha efficacemente definito i disordini di inizio gennaio a Rosarno (teatro della rivolta dei braccianti immigrati che raccolgono agrumi e della reazione violenta e Xenofoba di parte della popolazione locale, "pilotata" dalle cosche criminali) il "capolinea dello stato di diritto". Ma è veramente cosi? Nel percorso di sfruttamento del lavoro straniero in agricoltura, svelato ormai venti anni fa in Campania, a Villa Literno, dall’omicidio del rifugiato sudafricano Jerry Maslo, Rosarno rappresenta una tappa. Importante e drammatica, ma solo una tappa. Purtroppo le Rosarno, in giro per l’ Italia, sono molte.
 
Da nord a sud, ma principalmente nel Mezzogiorno, dove i territori nei quali viene impiegata massicciamente manodopera straniera irregolare sono numerosi. Si tratta di realtà socialmente ed economicamente depresse, nelle quali la cultura della legalità fatica ad affermarsi. Da San Nicola Varco a Cassibile, da Foggia a Pachino, da Rosarno ad Alcamo echeggiano storie di disperazione, di tragici viaggi della speranza, di sogni infranti nel Belpaese, dove si finisce per vivere in condizioni spesso peggiori di quelle lasciate nelle terre di provenienza.
Vessati, ricattati, picchiati, scacciati, braccati. Gli immigrati stagionali vivono in case abbandonate, in fabbriche in disuso, talvolta per strada. Questa e la triste fotografia che restituiscono tutte le organizzazioni umanitarie, compresa Caritas, impegnate da anni in difesa dei diritti di persone che, pur di sopravvivere, offrono le proprie braccia per meno di 25 euro al giorno. Scarsamente pagati, sfruttati da intermediari e datori di lavoro, esse non godono di tutele sindacali e operano totalmente al di fuori delle norme di prevenzione e sicurezza nei luoghi di lavoro.
 
Emergenza ricorrente
«A Rosarno c’è una situazione difficile come in altre realtà, perchè in tutti questi anni e stata tollerata, senza fare nulla di efficace, un’immigrazione clandestina che da una parte ha alimentato la criminalità, dall’altra ha generato situazioni di forte degrado». Così il ministro dell’interno, Roberto Maroni, all’indomani dei fatti accaduti nella cittadina calabrese, rispetto ai quali ha anche denunciato evidenti negligenze della regione e degli enti locali. Eppure un rapporto di Medici Senza Frontiere già nel 2008 definiva la situazione nella Piana di Gioia Tauro un "contesto di crisi umanitaria, dove il 90% degli intervistati vive in strutture abbandonate" (fabbriche in disuso e cascinali disabitati, sprovvisti di riscaldamento, elettricità, acqua corrente e servizi igienici) e "lamenta maltrattamenti e atti di violenza, come il lancio di pietre e oggetti".
Sconcerta dunque, nelle dichiarazioni del ministro, come ha ricordato in un suo editoriale l’Associazione studi giuridici sull’immigrazione, “non solo l’ormai abituale accostamento, inaccettabile sul piano etico e giuridico, tra clandestinità (ovvero la semplice mancanza di un titolo amministrativo di soggiorno) e commissione di crimini (dimenticando anche che molti stranieri di Rosarno sono regolarmente soggiornanti), ma la mancanza di una chiara e ferma condanna delle violenze consumatesi a danno di cittadini stranieri, nonché il silenzio sulla vasta dimensione criminale dello sfruttamento della manodopera straniera in atto da anni, causa prima dello scatenarsi delle violenze di Rosarno".
 
Da tempo, insomma, era nota la disastrosa situazione della località calabrese. Ne erano mancate raccomandazioni, a governo e autorità locali, perchè affrontassero una "emergenza ricorrente", e altre simili nel territorio nazionale, con l’obiettivo di garantire condizioni minime di accoglienza agli stranieri impiegati come stagionali agricoli, a prescindere dal loro status giuridico. Invece l’inazione di cui hanno dato prova le istituzioni, a tutti i livelli, ha finito per scrivere una brutta pagina di democrazia, alimentata da diversi fattori strutturali (a cominciare dal controllo che la criminalità esercita su significativi settori dell’economia meridionale).
Essa ha peraltro ratificato la sostanziale assenza dello stato da alcune aree del paese e ha decretato il fallimento di una politica sulla sicurezza schiacciata sulla convinzione che il clandestino e persona pericolosa in quanto tale, ma nei fatti miope o impotente: le forze dell’ordine sapevano da tempo quanto accadeva a Rosarno, ma non sono mai intervenute, codice alla mano, per denunciare e arrestare sfruttatori e trafficanti di esseri umani.
 
Chi raccoglie le arance? Ma cio che i fatti di Calabria hanno manifestato con maggiore forza, e il sostanziale fallimento di una politica dell’immigrazione improntata più all’ideologia che alla concretezza. La quotidianità ridotta a degrado e abbrutimento fomenta paure e cova violenze ingiustificabili, chiunque (stranieri o italiani) le pratichi. Ma e anche molto lontana dalle esigenze reali di sviluppo di ampi territori e di segmenti rilevanti dell’economia nazionale. È evidente, comunque, che la maggiore responsabilità di quanto sta accadendo va rinvenuta in una politica dei flussi di ingresso dei lavoratori stranieri assolutamente inadeguata.
Da anni Caritas richiama l’attenzione sulla necessità di stabilire annualmente un numero congruo di arrivi regolari, tra permanenti e stagionali, per evitare di dovere continuamente far fronte a ingressi clandestini dettati da una spinta migratoria che non perde forza. Peraltro, la presenza nel territorio di soggetti vulnerabili, come i lavoratori stranieri irregolari, alimenta fenomeni di sfruttamento, diffuso soprattutto in aree del paese dove il lavoro nero rappresenta porzioni importanti del mercato locale.
Viene automatico domandarsi perché non si voglia garantire a queste persone una presenza regolare. Sarebbe un vantaggio per tutti.
 
Per gli immigrati, che non dovrebbero vivere e lavorare nel sottobosco, sfruttati e obbligati a una precarietà esistenziale permanente; per il paese tutto, che non sarebbe costretto a investire ingenti risorse per perseguire e allontanare-queste persone, lasciando scoperti, per di più, interi settori economici. Insomma, da quando sono stati sfollati i migranti, chi raccoglie le arance a Rosarno? E chi e come lo farà domani?